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Il figlio preferito non è un mito

 
Francesco Russo
7 ottobre 2011
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Se parlassimo con un genitore ci risponderebbe che non si può fare la differenza tra un figlio e l’altro. Ma è anche vero che il bene non si può dividere in parti uguali. Quante volte un genitore concede maggiori attenzioni ad uno dei suoi figli coccolandolo di più o perché lo vede più debole rispetto agli altri o perché lo sente più vicino al suo essere? Per molti si tratta di stereotipi e stupide convinzioni. Ma secondo gli studiosi dell’Università della California la credenza che un genitore abbia un figlio prediletto non è un mito.

Non ci sono dubbi: il 70% dei padri e il 60% delle madri ha un figlio preferito. In particolare, si tratta dei figli primogeniti.

Ma sorprendente è ciò che ha scritto il giornalista Jeffrey Kluger nel suo libro “The Siblings Effect”. Secondo il professionista, la maggior parte dei genitori preferisce uno dei suoi figli rispetto agli altri per una necessità biologica e innata. Sembrerebbe che i genitori decidano di mettere al mondo un secondo figlio soltanto come garanzia, nel caso possano essere delusi dal primo. Infatti, Kluger sostiene che:

La funzione del secondo nato è assimilabile a quella di un’assicurazione. È mia convinzione che il 95 per cento dei genitori nel mondo abbia un figlio preferito, e che il restante 5 per cento menta. Ma esiste una sorta di codice genitoriale che… impone di non parlare mai di questo.

Tutto dipenderebbe da un naturale bisogno dell’uomo di cercare nel figlio le somiglianze con se stesso fino ad arrivare ad un tipo di “narcisismo genetico” immotivato.

In ogni caso a rimetterci sono i figli esclusi. In medicina, infatti, si parla di sindrome LFS (Less Favoured Status) che causa nei “non scelti” numerosi sintomi come la depressione, l’ansia, la perdita di autostima e difficoltà nella gestione della propria vita quotidiana, perché si sentono sempre inadatti.

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