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Lo stalking non è prerogativa solo maschile

Lo stalking è trasversale, al sesso, alle classi sociali, all’anonimato come alla popolarità. C’è infatti una signorina potente e misteriosa, che perseguita Massimo Giletti, volto più che noto della Rai; questa persona si spaccia per sua moglie, lo pedina, gli fa scenate se lo vede con altre donne, ‘poco importa’ che non siano stati mai assieme. Giletti teme che questa persona, tra l’altro firma di un certo peso di una testata altrettanto importante, compia qualche pazzia.

Suo malgrado dunque Giletti, quest’estate è diventato il testimonial-vittima dello stalking. Anche le donne dunque si danno il loro gran da fare. Appostamenti, cacce all’uomo, telefonate, sms, mail, non si fanno mancare nulla. E così anche gli uomini ora sanno cosa significhi essere e sentirsi sempre spiati, controllati, inseguiti.

E’ un’esperienza che lascia un segno profondo, difficilmente si ricorre alla polizia e perché non vuoi esporre la tua vita privata all’ordine pubblico o perché non vuoi danneggiare una persona che ti è stata intima e anche cara; o che magari tu hai lasciato e dunque nutri verso di lei un forte senso di colpa, o che ti ama ancora, seppur di un amore malato, ossessivo e possessivo.

Chiediamoci dunque di capire perché è in aumento lo stalking. Tecnicamente è intuibile dal fatto che aumentano i mezzi per controllare le prede, psicolgicamente perché viviamo in una società di folle solitudine pur immersi nella folla. Umanamente perché non ci è più facile distinguere tra la realtà e i nostri desideri, facciamo confusione, non abbiamo ben chiaro il confine tra ciò che è possibile e ciò che non lo è assolutamente e reagiamo male se qualcuno o qualcosa ostacola i nostri bisogni.

Se poi la preda non si lascia prendere, è sfuggente, gli stalker si sentono chiamati ad un gioco di ossessione e disperazione e se sei famoso, a quanto pare alimenta anche la mitomania. E così anche le donne (e in una quantità impressionante) perdono ogni residua dignità, autonomia, rispettabilità e vivono in funzione della persona che non desiderano perdere, spesso in una coodipendenza in cui pur essendo carnefici, in realtà sono esse stesse vittime di un disagio profondo e di dinamiche relazionali  che si fanno via via sempre più  aggressive e disgreganti.