La Medicina si fa di “genere”

di Chiara Commenta

Lo sapevate che per la medicina siamo tutti maschi?  O che i farmaci si sperimentano prevalentemente sugli uomini, anche quando si tratta di malattie che colpiscono nella stessa misura le donne?  Tale ‘discriminazione‘ , ha delle conseguenze di non poco conto, le donne infatti, corrono un rischio maggiore, del ben il 50 per cento, rispetto agli uomini, di subire reazioni avverse da farmaci, e corrono un pericolo molto superiore di morire per diagnosi errate o sottovalutazione dei sintomi, soprattutto per quanto concerne le malattie cardiovascolari e tumorali.

Ma qualcosa pare si stia muovendo, si sta infatti sviluppando sempre di più l’idea di una medicina di genere, che tenga conto delle reali differenze tra maschile e femminile. Un processo che però si prospetta piuttosto lungo. Osserva la professoressa Maria Grazia Modena, direttore dell’ Unità operativa complessa di cardiologia presso il Policlinico di Modena e membro dell’ Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda) che

La medicina di genere non è interessata solo alla differenza sessuale fra uomo e donna, ma piuttosto alla differenza di fattori biologici, ambientali, sociali e di razza. E’ importante sottolineare come le donne oggi siano molto diverse da quele di trent’anni fa. Infatti quasi sempre lavorano fuori casa. Inoltre devono spesso occuparsi dei figli e dei parenti anziani, si muovono di meno, mangiano male e fumano di più. Tutto ciò comporta un peggioramento del loro stato di salute. A confermarlo è l’Organizzazione mondiale della sanità, quando dichiara che “la donna vive più a lungo, ma meno in salute”. La donna è più colpita da malattie neurologiche (depressione), autoimmuni (artrite reumatoide, lupus e sclerosi multipla), delle ossa (osteoporosi e artrosi) e della tiroide. A preoccuparci di più, però sono le malattie cardiovascolari, che solo in Italia ogni anno causano la morte di 120.000 donne: eppure queste patologie, nella mentalità comune, sono considerate tipiche dei maschi. Un pregiudizio che appartiene sia ai medici che alle donne stesse.

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