Tecnodipendenza, quando l’aggiornamento tecnologico diventa schiavitù

di Paola P. 1

Un fenomeno in aumento, quello della tecnodipendenza, che spinge una fetta sempre più larga di popolazione a cadere nella morsa di una schiavitù psicologica tanto bizzarra quanto pericolosa: il desiderio spasmodico di aggiornarsi continuamente, di essere sempre informati di quanto accade nel mondo virtuale. Spesso questa voglia irrefrenabile di correre ad aggiornarsi e di ottenere l’ultimo modello hi-tech non è nemmeno giustificata da motivi di lavoro o da necessità concrete di ricevere informazioni.

Ad essere più colpiti sono gli individui di sesso maschile di età compresa tra i 35 ed i 55 anni. Spiega Tonino Cantelmi, docente di psicologia dello sviluppo dell’Università Lumsa di Roma che queste persone non possono fare a meno di aggiornarsi continuamente

e di dotarsi dell’ultima novità, perché per loro la tecnologia è un’estensione della propria mente, una parte di sè: non hanno scampo, sono costretti a seguire il mercato.

I clienti ideali, insomma, per l’industria tecnologica, la generazione di mezzo, perché i giovanissimi, nati e vissuti nell’era digitale, sono più esenti da questo rischio, non la considerano poi questa grande novità, per dirla tutta, e riescono ad identificare un limite da non superare ed a spegnere di tanto in tanto.

I frustrati dal continuo aggiornamento hi-tech sono i 35-55enni, adulti, molto affascinati dalla tecnologia, obbligati a una corsa senza fine. Non si tratta solo di professionisti, sono individui che colmano un loro bisogno di identità, che usano la tecnologia al di là del concreto bisogno di utilizzarla.

Una persona su quattro, nella suddetta fascia d’età, è schiava della sua identità tecnologica. Per rendersene conto, prosegue l’esperto, è sufficiente osservare le persone in vacanza, quando avrebbero mille modi per distrarsi ma ricorrono sempre all’hi-tech:

in settimana bianca ad esempio, restano connessi alla Rete con i diversi strumenti. Il numero di queste persone è impressionante. Sicuramente non riuscire a fare a meno di tecnomediare la propria realtà è un disagio. E’ una specie di droga tanto che, quando non si riesce a mettersi in rete, si hanno vere e proprie crisi da tecnoprivazione.

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[Fonte: Adnkronos]

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