Identità virtuale e identità reale, quando entrano in conflitto? Risponde il dottor Mazzucchelli

di Paola P. 4

Identità virtuale e identità reale: l’io che vive collegato è una proiezione, una trasposizione, un miraggio, un alieno? E quando bisogna preoccuparsi dell’interferenza di una vita online parallela all’esistenza fuori dal mondo della rete?

Ne parliamo con il dottor Luca Mazzucchelli per sfatare il mito delle nuove tecnologie rèe dei peggiori crimini senza però tralasciare che un aspetto patologico esiste, quando si tagliano i ponti con l’esterno e si vive esclusivamente in una realtà fittizia.

Oggi c’è anche chi demonizza i nuovi strumenti offerti dalla rete e dalla tecnologia, dagli smartphone, rèi di togliere il respiro all’aspetto social del contatto reale, ai social network accusati di minare l’autostima e scatenare depressione. Ma si può ancora operare un distinguo tra realtà virtuale e vita reale? La nostra identità online non trova forse corrispondenza in ciò che siamo e vogliamo essere davvero? E ancora, si può parlare di conflitto tra l’io virtuale e l’io reale?

Rispondo a quelli che tendono a demonizzare con una frase di un matematico inglese, Joan Littlewood, che credo in sé possa riassumere bene un altro atteggiamento possibile da tenere di fronte a questi strumenti e le opportunità che ci aprono: “Se nessuno si perde, chi troverà nuove strade?”. Questo per dire che è ovvio che dobbiamo prenderci dei rischi e che ci dobbiamo addentrare in un mondo nuovo, ma è possibile farlo (anzi forse per gli psicologi è un dovere farlo) soprattutto se non si è in solitudine ma assieme a un gruppo di professionisti attenti alle implicazioni potenziali, anche negative, degli strumenti che stiamo usando.
Questo non vuol dire che i timori relativi all’aspetto social, smart o altro non siano fondati, ma io parto dal presupposto che questa realtà esiste e non basta ignorarla per renderla innocua. Impariamo piuttosto a come farla volgere a nostro favore: con un bisturi si può uccidere una persona, certo, ma anche salvarle la vita se il medesimo strumento si trova nelle mani di un medico. Il problema è a monte, nell’uso che il singolo individuo decide di farne.
La depressione magari verrebbe ugualmente, l’autostima si abbasserebbe a priori, e le tecnologie nuove, come dicevo all’inizio, sono solo uno strumento per comunicare al mondo il proprio disagio, che altrimenti probabilmente uscirebbe in altri modi.
L’identità virtuale diventa un luogo sul quale proiettare una parte di sé, spesso quella agognata, in modo da perseguirla e vederla almeno lì realizzata. In alcuni casi si finisce sicuramente nella patologia, quando ci si rifugia all’interno di una realtà fittizia e si chiudono i ponti con quanto c’è fuori: in questi casi il conflitto tra l’io virtuale e quello reale è ormai superato, e il contatto con la realtà viene smarrito. Sono queste alcune delle nuove patologie emergenti in questi anni, un motivo in più per interessarsi agli strumenti attraverso i quali si manifestano.

Per maggiori informazioni dottor Luca Mazzucchelli, www.psicologo-milano.it
Leggi tutti i nostri articoli dello speciale tecnologia e psicologia.

Commenti (4)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>