Dismorfofobia e psicoterapia breve strategica, intervista al professor Giorgio Nardone

di Paola P. 2

 Trattamento delle fobie attraverso la terapia breve strategica, prosegue lo speciale di Iovalgo alla scoperta del metodo breve per curare le nostre paure.

Siamo partiti, insieme al professor Giorgio Nardone, ideatore della TBS, da una patofobia molto diffusa, ovvero la cardiofobia, la paura ossessiva del cuore e di ammalarsi di malattie cardiache. Ci occuperemo ora della dismorfofobia, una visione distorta del proprio corpo.

Presso il Centro si presentò un collega con la richiesta di aiuto per la figlia dismorfofobica, che da qualche anno aveva iniziato a lamentarsi di alcune insopportabili rughe sotto ed intorno agli occhi. La madre, estetista, sebbene ritenesse il difetto inesistente -le presunte rughe erano, infatti, naturali pieghe di espressione intorno a due grandi occhi blu- aveva preso a cuore il problema e le aveva fatto usare creme speciali, sottoponendola a serie ripetute di trattamenti antirughe, con l’intento di rassicurarla e tranquillizzarla.

 Purtroppo tutto ciò aveva confermato alla ragazza l’esistenza del problema e, invece di rasserenarla, gli interventi estetici avevano radicalizzato l’ossessione, tanto che la ragazza voleva a tutti i costi sottoporsi ad un intervento di chirurgia correttiva. La madre, seppur in contrasto con il marito, nell’intento di aiutare la figlia, l’aveva fatta visitare da un noto chirurgo estetico, il quale aveva sconsigliato vivamente l’intervento correttivo. Ma la giovane non voleva sentir ragione e per risposta aveva adottato la soluzione disperata di nascondere costantemente i suoi occhi dietro a degli occhiali da sole. A ciò, gradualmente aveva aggiunto la strategia di elusione dei contatti ravvicinati con i suoi coetanei per non cadere nel panico ogni volta che si sentiva guardata negli occhi.
Grazia, questo era il suo nome, accettò di incontrarmi solo a patto che, se la mia terapia non avesse funzionato, le avrebbero permesso di effettuare l’intervento chirurgico.
Quando la vidi per la prima volta indossava gli occhiali scuri, e io mi guardai bene dal chiederle di toglierli; affermai anzi che, come scrisse Seneca, “tutto ciò che è creduto esiste”: per me, il suo era un vero problema. Dopo una lunga conversazione Grazia accettò di provare a seguire le mie indicazioni, convinta che non aveva nulla da perdere. Avrebbe solo corso il rischio di trarne dei vantaggi. I compiti furono i seguenti:

  1. “Da oggi a quando ti rivedrò, dovrai 3 volte al giorno, al mattino, di pomeriggio e dopo cena, metterti di fronte allo specchio del bagno e controllare le rughe per 10 minuti, prestando molta attenzione alla loro eventuale evoluzione o al loro incremento”.
  2. “Ogni mattina poniti questa domanda: ‘se per una specie di miracolo notturno le mie rughe fossero svanite, cosa mi piacerebbe fare oggi?’ Di tutte le cose che ti verranno in mente scegli la più piccola e falla. Portami la lista delle piccole cose  giornaliere fatte come se il miracolo fosse davvero avvenuto”.

All’incontro successivo la paziente dichiarò che controllarsi le rughe era uno spreco di tempo perché tanto non cambiava nulla, ma se fino ad allora aveva evitato di guardarsi allo specchio per non innescare reazioni dolorose, ora non le aveva scatenato ansia o agitazione ed aveva iniziato ad impiegare quei 10 minuti facendo esperimenti con lucidalabbra, fondotinta ed ombretti con l’idea di nascondere il difetto grazie al make up.
Rispetto alla seconda consegna, Grazia si era concessa qualche breve uscita con la madre per fare shopping, dove aveva incontrato alcuni vecchi amici e, grazie agli occhiali ed al trucco, si era sentita abbastanza protetta, cosicché non le era scattato né il panico, né la spinta alla fuga. Tuttavia la ragazza continuava a ritenere tutto ciò come un semplice artificio per nascondere la cruda realtà delle sue inaccettabili rughe intorno agli occhi. Affermò addirittura che se avesse avuto occhi meno grandi ed evidenti forse il suo problema sarebbe stato meno grave. Io le risposi che, per il momento, prima di adottare la soluzione radicale, avrebbe potuto sfruttare a proprio vantaggio il fatto che le persone fossero attratte dai suoi occhi, focalizzando la loro attenzione sugli occhi in senso stretto e non sul loro contorno, usando un make up che ne esaltasse il colore e la profondità. Cercando di nascondere il difetto con gli occhiali, lei induceva maggior curiosità negli altri e le persone forse la fissavano più attentamente scoprendo le rughe.
“Lei vuol dire che il mio sistema per nascondere il difetto finisce per renderlo più evidente? E che le persone, incuriosite perché io nascondo gli occhi, cercano di scoprire perché lo faccio?”. Replicai: “Proprio così: celando metti in evidenza. Al contrario, se vuoi nascondere efficacemente come fanno i prestigiatori, devi farlo senza apparentemente nascondere nulla. Piuttosto, spostare l’attenzione dell’osservatore su altri particolari, in modo che non veda ciò che tu vuoi tenere nascosto”. I suoi occhi ebbero un lampo e sorridente affermò: “Che stupida sono stata! Per evitare una cosa l’ho aggravata!”.
Ottenuto questo cambiamento di prospettiva, la invitai a fare un po’ di esperimenti di trucco sui suoi occhi per renderne evidenti i pregi e, pertanto, nasconderne i difetti, verificando anche l’efficacia del risultato con alcune persone. Poi le prescrissi di procedere con la fantasia mattutina del “miracolo” e le suggerii di ridurre il controllo delle rughe a un solo appuntamento.

Alla terza seduta la ragazza si presentò senza occhiali e con uno splendido make up. Mi riferì di aver pensato molto a ciò di cui avevamo discusso e che le era sembrato una buona idea in attesa dell’intervento chirurgico, inoltre il lavoro di sperimentazione con il trucco l’aveva divertita molto e spesso distratta dal suo problema, tanto che talvolta le era capitato di non pensarci per un bel po’. Come d’accordo aveva testato lo stratagemma ricevendo prove di efficacia dapprima con amiche ricevute in casa, poi all’esterno con persone incontrate per la strada. Tutto ciò l’aveva fatta sentire più sicura e l’aveva indotta a recuperare alcune frequentazioni. La mattina rispondendo alla fantasia del “miracolo”, si diceva che le sarebbe piaciuto iscriversi all’università per continuare gli studi interrotti a causa del suo problema.

 La terapia è così proseguita con manovre tese a scalzare gradualmente la sua percezione distorta mediante il recupero di una relazione positiva con la propria immagine e con gli altri. Grazia riportava continui miglioramenti nel suo umore e nelle relazioni con gli altri, finché disse di sentirsi per la maggior parte del tempo come se il problema fosse già risolto. A questo punto le chiesi: “Sai, Grazia, ho una domanda un po’ particolare da farti. Secondo te cosa cambierebbe ancora, rispetto a ciò che è già cambiato nella tua vita, grazie all’intervento chirurgico?”. Lei sorpresa rimase in silenzio per qualche attimo, poi rispose che forse non sarebbe cambiato nulla visto che da un bel po’ viveva come se il problema fosse svanito ma che forse si sarebbe sentita davvero sicura. Io replicai: “Non credi che procedere all’intervento chirurgico rischierebbe di mettere in evidenza ciò che tu hai imparato a nascondere così bene?”. Grazia si propose di pensarci.

Due settimane dopo disse che, dato che stava così bene, le sembrava troppo rischioso procedere all’intervento, lo avrebbe tenuto come opportunità per il futuro, quando non avrebbe rischiato di rimettere in evidenza ciò che ora appariva ben celato.
Grazia proseguì nella sua vita iscrivendosi all’università e stabilendo una relazione amorosa. Qualche mese dopo, salutandomi, disse che le sue rughette potevano rimanere al loro posto, visto che era “come se” non ci fossero.

Leggi tutti i nostri articoli dello speciale psicoterapia breve strategica.

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