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Esaminare i super sensi

 
Francesco Russo
5 aprile 2011
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Oggi parliamo di sensi extra ai cinque canonici che noi conosciamo. Ovviamente non stiamo avvalorando la tesi di essere dei super eroi, ma sicuramente di quanto l’essere umano abbia delle potenzialità che non sono sfruttate a dovere e quindi di quanto possiamo fare ancora di più.
Per parlarne, ci baseremo culle parole dello scienziato Lawrence Rosenblum, che ha raccontato nel suo “Lo straordinario potere dei nostri sensi”, come il nostro cervello, mettendo a punto la cooperazione costante dei nostri sensi, proporrebbe una influenza vicendevole che andrebbe a far si di riunire compensazione e sostituzione degli stessi l’uno dell’altro, permettendo anche a chi ha deficienze sensoriali di approfittare di caratteristiche di un senso e proponendoci quindi il fatidico “sesto senso”, per superare in ogni caso una situazione difficile o meglio, estrema della nostra quotidianità.

Lawrence Rosenblum ha testato su se stesso in prima persona queste possibilità del nostro corpo, ad esempio cercando di uscire fuori da un giardino bendato e con dei guantoni, senza calpestare nulla e di conseguenza, solo “odorando” un nastro all’odore di menta messo sulla scia verso l’uscita, o ancora riuscendo ad evitare di mangiare cose malsane solo toccandole, bendato e con le narici otturate.

Si legge nel testo che: “Le più recenti ricerche di psicologia percettiva e scienza del cervello hanno svelato che i sensi colgono informazioni sulla realtà che in passato si riteneva fossero a disposizione solo di altre specie animali. Gli esseri umani possono usare l’udito come i pipistrelli, l’olfatto come i cani e il tatto come gli insetti, e lo fanno costantemente”.

Fiducia nei propri sensi, quindi, questo è il motto che porta avanti lo scienziato per la sopravvivenza nel nuovo millennio e ne da anche una spiegazione tecnica: “Il cervello può cambiare la propria struttura e organizzazione in base all’esperienza. Il suo livello di neuroplasticità è una sorpresa elettrizzante per una scienza che a lungo ha dato per scontato che, una volta matura, la struttura del cervello cambiasse poco”.

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