
“Questo non si fa!”. E subito scattano le lacrime e la chiusura serrata della bocca da parte del bambino. L’atteggiamento classico esemplificativo di come un bambino vuole fare i capricci e soprattutto di come può far innervosire un genitore. Fatto sta che i capricci li fanno tutti, non solo i bambini, basti pensare alle star di Hollywood, o ancora alle famiglie dove marito e moglie spesso si scambiano cortesia a favor di capriccio.
Emozioni negative, ne abbiamo parlato spesso in relazione alla necessità di non reprimerle, di imparare a viverle ed a superarle, canalizzandole in percorsi che confluiscono in azioni positive per noi e per gli altri. Oggi parliamo nello specifico della delusione di un
Dieta dimagrante e comportamento: quanto contano le nostre abitudini ed il modo in cui ci approcciamo al cibo per perdere peso? Più di quanto pensiamo, nel senso letterale del termine perché, secondo gli autori di
Esiste un’aggressività evidente, palesata nei gesti, nelle parole, nel comportamento, nel modo di agire e di rapportarci con chi ha scatenato la nostra rabbia e che non lascia adito a dubbi: stiamo agendo in maniera decisamente poco conciliante. Ma c’è anche un altro modo di manifestare il nostro risentimento nei confronti di qualcuno, ad esempio quando, per ragioni legate alla diplomazia, non possiamo esprimere apertamente quello che proviamo. L’aggressività, in questi casi, si fa latente e trova sempre il modo di uscire anche se non è più facilmente individuabile. E’ un’aggressività passiva che può essere veicolata persino da un
Conoscere se stessi, ok, è la priorità per lo sviluppo personale ma se l’obiettivo è vendere patatine unte e carne ipercondita da salsine ad una maggior fetta di mercato possibile, allora bisognerà conoscere ben altro. Magari i segreti che muovono i fili del nostro cervello verso il cibo spazzatura, un moto apparentemente irrazionale che ci spinge lontano da un’alimentazione sana. Il McDonalds, ad esempio, ne conosce bene almeno sette di questi meccanismi. Trappole cerebrali, accertate da studi scientifici, non soltanto legate alla dieta, ma anche alle scintille che scoccano quando fiutiamo un affare all inclusive del tipo patatine più panino più bibita.
D’estate capita di incontrare più facilmente persone nuove: in spiaggia, nei locali, ad una festa, durante un viaggio all’estero. Per conoscerle meglio nel minor tempo possibile e capire qualcosa in più sulla loro personalità potremmo parlare di sport, ma non tutti seguono o praticano lo stesso tipo di sport. Potremmo parlare di politica, ma sono argomenti che infervorano troppo gli animi e si rischia di compromettere sin da subito un nuovo rapporto di conoscenza piuttosto che di amicizia o un flirt. Gli psicologi consigliano di provare piuttosto con la musica.
Sfuggire al gioco delle etichette. Non lasciarsi definire dagli altri o meglio non permettere che siano solo gli altri ad appiopparci una descrizione troppo netta, più o meno veritiera, quando si tratta del nostro carattere, della nostra personalità, di chi siamo in parole povere. Potremmo finire intrappolati in una sola definizione, magari anche positiva, ma controproducente per diverse ragioni. Un esempio? La definizione di figlio buono, quello che non ha mai dato problemi per intenderci, potrebbe rappresentare una scusa per gli altri sufficiente ad attaccarci e biasimarci al minimo errore proprio perché siamo sempre stati definiti “perfetti”, quasi incapaci di sbagliare.
Motivazione o motivazioni? Spesso per mantenere i buoni propositi e raggiungere un obiettivo è decisamente meglio avere più di una ragione che ci spinge a farlo così come creare un ambiente ricco di stimoli che ci spingano nella direzione giusta piuttosto che seminare il percorso di tentazioni che ci portano alla rinuncia (e lo facciamo molte volte senza rendercene neanche conto). Se ne parla in un interessante articolo apparso su Psychology Today, a firma di Michael Otto, docente di psicologia e direttore del Translational Research Program al Center for Anxiety and Related Disorders della Boston University.
Un tempo il demone educativo era rappresentato da quel luogo di perdizione chiamato sala giochi: troppe ore perse a giocare ed a guardare gli altri giocare. Poi è stato il turno della televisione, troppo violenta e poi distraeva dai compiti a casa. Nel mirino sono finiti anche i videogiochi, tutti, buoni e cattivi, come avviene sempre in questi casi quando anche un bravo bambino che gioca a salvare l’ape Maia viene indicato come un futuro serial killer. Ora è il turno dei social network di salire sul banco degli imputati, rei di minare l’equilibrio psicologico dei bambini. Succede con tutte le novità. Passerà anche questa e si troveranno altri indiziati.