Cambiare stile di vita è terapeutico per la psiche

 Spesso per malattie croniche come il diabete o per patologie big killer come le malattie cardiovascolari il medico richiede ai pazienti un cambiamento radicale nello stile di vita che includa un’attività fisica regolare, un’alimentazione sana, il liberarsi dalla schiavitù di dipendenze ed eccessi. Abitudini sane che si affiancano al trattamento farmacologico per un binomio vincente e salubre per l’organismo.

Ebbene, un recente studio, effettuato da Roger Walsh della University of California e pubblicato dalla rivista di divulgazione scientifica American Psychologist, sostiene che anche per curare numerose malattie mentali può essere efficace cambiare stile di vita, terapia valida quanto quella farmacologica. Dal trascorrere del tempo in mezzo alla natura, da sempre considerata rigenerante per mente e corpo e antidepressivo naturale, all’aiutare gli altri per smetterla di concentrarsi su se stessi e fossilizzarsi sui propri problemi, fino all’esercizio fisico che sfoga tensioni e ansie ed è utilissimo per combattere le sindromi depressive.

Perdonare, le donne lo fanno meglio

 La rabbia ed il risentimento che coviamo dentro sono come dei tarli che rodono il nostro equilibrio interiore, impedendoci di liberarci di quelle emozioni negative che pesano come zavorre sul nostro cammino. Ecco perché imparare a perdonare è forse uno dei compiti più difficili nella lista delle cose da fare per stare in pace con se stessi e con il mondo.

Le donne, in quanto a perdono, pare posseggano una marcia in più. A dirlo è un recente studio effettuato da un’équipe di ricercatori spagnoli afferente all’Università dei Paesi Baschi, pubblicato sulla Revista Latinoamericana de Psicología.

Coppia duratura se si parla allo stesso modo

Per essere felici in una coppia, sarebbe discriminante essere simili sotto certi aspetti. Ma di cosa stiamo parlando nel dettaglio? Secondo gli psicologi di tic verbali, piccole vocine passionate, tormentoni ripetitivi ed accento. A raccontarlo, lo studio pubblicato di recente sulla rivista Psychological Science a discrezione della dottoressa Molly Ireland, psicologa dell’Università del Texas, che mettendo a punto una ricerca chiamata “LL – Love Language“, racconta che le coppie che parlano nella stessa modalità, o “imparano” a parlare allo stesso modo, hanno maggiore possibilità di sopravvivenza.

La ricerca ha visto un’analisi comparativa tra il linguaggio di 40 uomini e di 40 donne, con una età media che di 19 anni e che hanno partecipato ad una sessione di speed date. Lo speed date, per i pochissimi che ancora non lo sanno, è un gioco “d’azzardo” di incontro tra una coppia sconosciuta che in pochi minuti si presenta e verifica se scoppia il colpo di fulmine, trovando così la propria anima gemella. Molly Ireland, insieme ai suoi colleghi, sono andati a trascrivere tutte le conversazioni di questa sessione abbastanza lunga di speed date, traducendo poi le conversazioni in file audio ed immettendole in un software cognitivo, che ha effettuato l’analisi del testo secondo una procedura specifica.

La canzone preferita immagine del carattere

Sette note racchiudono tutto il mondo. E’ la magia della musica, e come già vi raccontavamo in passato sui suoi vantaggi per l’umore, oggi torniamo sull’argomento per parlare del rapporto che c’è tra musica e carattere. Un’arte immateriale riesce infatti a far comprendere il carattere di una persona. A parlarcene sono gli psicologi ricercatori della Cambridge University, che dopo avere analizzato il caso musica / tratti psicologici dell’ascoltatore, sono giunti ad una conclusione che è stata pubblicata sul Journal of Personality and Social Psychology 1.

Ma andiamo ad analizzare un po’ meglio questo studio per capire cosa c’è alla base dei nostri gusti e tutto quello che secondo Peter Rentfrow, autore dello studio e professore di Psicologia sociale e dello sviluppo alla Cambridge University, possono rivelarci le 5 categorie musicali per eccellenza.

L’identikit del mitomane

 A tracciare l’identikit del mitomane è Massimo Di Giannantonio, che trae spunto per una riflessione dalle numerose segnalazioni, che puntualmente si rivelano false, a trasmissioni televisive, poliziotti, autorità, su persone scomparse, avvistamento di persone sospette, ritrovamento di cadaveri o di prove utili alle indagini degli inquirenti.

Cosa spinge una persona a dare informazioni false che depistano gli investigatori e accendono di false speranze familiari degli scomparsi e delle vittime di rapimenti? Lo psichiatra reputa si tratti di scarsa autostima e del desiderio di soddisfare la voglia di notorietà. E’ accaduto con gli avvistamenti non veritieri delle gemelline svizzere prelevate da Mattias Schepp, poi morto suicida a Cerignola, ma anche per la scomparsa di Yara e per il caso Sarah Scazzi.

Autostima ed effetto boss, quando il capo diventa una minaccia sociale

 La diversità è ricchezza, opportunità, conoscenza di sé attraverso l’altro, lo stesso altro oggi più che mai demonizzato da modelli di paura dell’estraneo e barriere mentali tornate drammaticamente ed ideologicamente alla ribalta. Ma diversità è anche cultura, diversi modi di approcciarsi, interpretare, vivere il mondo. E a proposito di differenze culturali che influenzano lo sguardo sugli altri, ci sembra interessante proporvi i risultati di un recente studio, pubblicato sulla rivista di divulgazione scientifica PLoS ONE, che ha esplorato le diverse reazioni di americani, occidentali per eccellenza, e cinesi, l’Oriente con la O maiuscola, ad una figura autoritaria ed autorevole qual è quella del proprio capo.

Alla vista di una foto che ritraeva sia il proprio datore di lavoro che se stessi, i cinesi hanno guardato prima il capo e soltanto dopo hanno rivolto lo sguardo sulla propria di immagine. E gli americani?

Stress da troppi amici su Facebook

 Li chiamiamo amici, genericamente, in realtà sono più che altro contatti, legami familiari, conoscenti, colleghi, parenti. Troppi, a volte, tanto da scatenare una sorta di ansia, rappresentando un vero e proprio fattore di stress da Facebook. A dirlo è un recente studio effettuato da un’équipe di ricercatori della Edinburgh Napier University, coordinata dalla dottoressa Kathy Charles.

Studio che peraltro, appena pubblicato, è già stato criticato in validità per via di una metodologia abbastanza discutibile. Gli autori hanno infatti interpellato, con un sondaggio somministrato online, un campione molto esiguo di persone, 175 studenti, per 3/4 donne, invitandoli ad esprimere i sentimenti nutriti verso il popolare social network.

Tecnostress dove nasce e come spegnerlo

Qualche giorno fa, vi abbiamo parlato delle proteine scoperte in Israele per spegnere lo stress. Oggi, torniamo a parlare di stress, ma uniamo a questo discorso, quello della tecnologia, che da un lato nasce per migliorare la nostra esistenza, mentre dall’altro potrebbe anche essere in grado di rovinarci l’esistenza.
Quotidianamente l’individuo medio, telefona, manda SMS, scrive e-mail, controlla il suo profilo sui social network ed interagisce con molti altri dispositivi elettronici. Tutta questa invasione di dispositivi, lo porta spesso al tecnostress.

Ma cos’è in realtà il tecnostress? Secondo gli psicologi americani Rosen e Weil, è l’ansia primaria di andare ad eseguire troppe cose contemporaneamente affidandoci ai mezzi tecnologici, aumentando a dismisure le cose da fare e “convincendosi” che grazie alla tecnologia ottimizziamo il nostro tempo.

La paura di diventare poveri

Tra le fobie dell’essere umano, oltre a quelle molto note e legate al mondo “vivente”, c’è anche una particolare che colpisce buona parte delle persone del globo. Stiamo parlando della paura di diventare poveri. Un uomo che ha trascorso buona parte della sua vita a raccimolare denaro per vivere una serena anzianità, molto spesso cade in depressione per l’ansia costante del diventare povero. Diventa un’ossessione e purtroppo, da recenti interviste e ricerche, viene fuori che a soffrire maggiormente di questa patologia, sono i personaggi famosi.

Eh si, proprio loro che problemi economici non sembrano averne, sono i primi ad avere paura di perdere tutto e non saper come campare. Casi noti sono stati mostrati in TV e sul web. L’ultimo di cui si parla riguarda il Re del Pop, Michael Jackson, che tra debiti, interventi estetici e problemi giudiziari, costati esorbitanti cifre al Re, sembrano proprio avere distrutto la sua psiche ed aumentato l’ansia di povertà.
La sua paura più costante era quella di finire al McDonald’s a fare il cuoco. Il tour This is it, previsto prima che morisse nel 2009, infatti serviva proprio per calmare questa sua ansia nel perdere tutto ciò che aveva e vivere da povero.

Il life coach per vivere meglio

Un tempo, ci si limitava a pensare al proprio corpo ed esisteva la figura professionale del Personal Trainer oppure del semplice Coach. Questa figura è poi migrata, verso una realtà diversa nell’ambito del lavoro ed è diventata il Coach da lavoro, che nel mondo aziendale aiuta sia il management che gli addetti ai lavori. Con il cambiamento corrente della realtà, sembra però essere diventato importante anche avere un supporto quotidiano per le decisioni di tutti i giorni, una guida che ci aiuti nel fare delle scelte per la miglioria personale, oppure per raggiungere degli obiettivi professionali e personali. Da qui nasce la figura del Life Coach.

Seppur qui in Italia si sta diffondendo solo negli ultimi tre o quattro anni, il Life Coaching è nato già negli Stati Uniti d’America alla fine degli anni ’80, e sempre più persone si rivolgono a queste persone per cambiare radicalmente l’aspetto della propria vita.

Agorafobia, la paura dei luoghi non familiari

 Dal greco agorà, piazza e fobia, paura, l’agorafobia è la paura di ambienti non familiari, solitamente luoghi molto affollati, senza una via di fuga che possa condurre velocemente al sicuro. Piazze, assemblee molto gremite, manifestazioni, code, centri commerciali, aeroplani, autobus.

Nei luoghi pubblici l’agorafobico non si sente protetto e desidera tornare a casa, al riparo, unico posto in cui, nei casi molto seri del disturbo d’ansia, si senta davvero a suo agio.
Al contrario di quanto si crede l’agorafobia non è l’opposto della claustrofobia, la paura degli spazi chiusi, perché il panico si scatena sì negli spazi aperti ma non necessariamente in tutte le occasioni in cui mancano confini ben definiti come mura, soffitti ecc.

Genitori single: come vivere con un solo amore

Per la procreazione ci vuole la coppia. Queste le parole della Chiesa al nuovo caso di attualità, che vede la proposta di affidare i bambini ai genitori single. Discorso storico che vede tante realtà insieme scontrarsi, la Legge per parlare di adozioni, la Chiesa sulla procreazione, la Psicologia per la visione completa dell’umanità etero e tante altre materie ancora.

Quello che interessa oggi a noi è però l’aspetto psicologico della presenza di un bambino dove c’è un genitore single. Seppur tempo fa, vi abbiamo parlato di quanto “a modo loro” i single stanno bene da soli, oggi ci interessa più pensare alla salute dei bambini che quelle dei singoli individui che per completare il proprio desiderio di autorealizzazione e di conseguenza, andarsi a mettere su un piano ancora più alto della gerarchia dei valori, tenta di diventare un super individuo, completando il suo percorso da solo, anche nell’avere figli e senza la base di una famiglia con dei valori storici.

Raggiungere gli obiettivi, quando l’aiuto degli altri è sconsigliato

 Nelle scelte, come nelle risposte cruciali della vita, tutto sembra giocarsi, quasi drammaticamente, oseremmo dire, sul sì e sul no. Queste due brevi parole racchiudono gli snodi principali del percorso. E così dobbiamo imparare quando è il caso di accettare, che si tratti di aiuto in un compito piuttosto che di supporto o di un sì più metaforico come l’apertura agli altri, alla fiducia, all’amore.

E poi c’è da imparare la lezione dei no che più semplicemente potremmo definire come il liberarsi da tutte quelle zavorre, costrizioni, barriere mentali, dipendenze che ci separano dal benessere psicofisico. E per quanto riguarda il raggiungimento degli obiettivi? Vale la regola del sì o la regola del no? Dipende. Stando ad un recente studio il proverbio chi fa da se fa per tre sarebbe assolutamente valido. Non amiamo molto i proverbi, troppo privi di quelle sfumature di significato che ci piacciono tanto, ma se a dirlo è una ricerca tutto cambia.

Aiutarsi a smettere di fumare

Proprio qualche giorno fa, vi abbiamo parlato della situazione psicologica presente nella testa del fumatore e dei nuovi passi da gigante che sta compiendo la medicina per aiutarci a prevenire il Cancro ai polmoni. Oggi dedichiamo ancora il nostro tempo ai fumatori, soprattutto a coloro che stanno cercando un aiuto per smettere di fumare. Anche se siamo un po’ in ritardo per i propositi di inizio anno, ogni momento è quello buono per far si che si tuteli la propria salute. C’è bisogno di volontà ed anche di un buon supporto morale, ma noi di IoValgo, vi vogliamo almeno dare qualche consiglio per evitare di continuare a rovinarsi la salute.

Come prima cosa, è indispensabile che il fumatore prenda carta e penna ed annoti una serie di motivi che lo veicolano verso l’allontanamento dal fumo e dal tabacco. Tutto quello che si sentivano di fare prima con molta forza (ad esempio le scale e le partitelle a calcetto), e che invece adesso fanno con più fatica; questo è già uno sprint in più di motivazione.